lunedì 10 agosto 2026

Journey to Shiloh - 7 Volontari dal Texas

Oggi voglio fare un tuffo nei ricordi d'infanzia con un tributo speciale a un vecchio film western del 1968 che mi è rimasto impresso nel cuore: '7 volontari dal Texas' (titolo originale: Journey to Shiloh).

La colonna sonora, originariamente curata dal grande David Gates, ha una melodia così dolce e malinconica che ho continuato a canticchiarla per anni. Finalmente ho deciso di riprenderla in mano e di proporvi la mia versione personale al canto. Spero che questa interpretazione vi emozioni e vi riporti alla mente la purezza e il dramma di quella storia. 








Trama del Film: "7 volontari dal Texas" (1968)

7 volontari dal Texas (Journey to Shiloh), diretto da William Hale, è un western drammatico a sfondo bellico con un cast di giovani promesse dell'epoca, tra cui James Caan (nel ruolo del leader Buck),  un giovanissimo Harrison Ford ( Willie Bill Bearden) e il mio preferito: Jean-Michael Vincent nel ruolo di Little Bit Lucket. Il film si distingue per il suo forte messaggio anti-guerra.

·         La partenza e l'entusiasmo giovanile: All'inizio della Guerra di Secessione americana, sette giovani amici texani (i Concho County Comanches) decidono di intraprendere un lungo viaggio a cavallo verso Richmond, in Virginia, per arruolarsi nell'esercito confederato. Sono ragazzi ingenui, coraggiosi, pieni di ideali e sogni di gloria militare, convinti che la guerra sia una grande avventura. 


·         L'impatto con la realtà: Durante l'estenuante tragitto verso est, l'entusiasmo dei sette ragazzi si scontra con la dura realtà del Sud dell'epoca. Assistono in prima persona ai forti pregiudizi sociali e alla violenza della schiavitù, salvando anche uno schiavo fuggiasco che purtroppo verrà ingiustamente linciato poco dopo. Questo viaggio avventuroso inizia a consumare la loro innocenza. 


·         Il tragico destino a Shiloh: A causa degli imprevisti e dei movimenti delle truppe, i giovani non riescono a raggiungere la Virginia. Vengono invece intercettati e forzatamente arruolati a Shiloh, nel Tennessee, finendo sotto il comando del severo generale Braxton Bragg. Qui vengono catapultati nella sanguinosa e celebre battaglia di Shiloh. 


·         La fine delle illusioni: Sul campo di battaglia, le loro illusioni di gloria svaniscono definitivamente. Uno dopo l'altro, falciati dalle malattie, dai bombardamenti e dagli scontri a fuoco, i giovani texani muoiono tragicamente nel tentativo di resistere all'offensiva nordista. 


·         L'epilogo: L'unico a sopravvivere è il capo del gruppo, Buck Burnett (James Caan). Rimasto gravemente ferito e mutilato di un braccio, Buck riceve il permesso di tornare a casa. Completamente deluso e cambiato dagli orrori della guerra, decide di lasciarsi il conflitto alle spalle per ritrovare la sua fidanzata Gabrielle e ricominciare una vita pacifica in Texas.








 






 James Caan nel ruolo di Buck Burnet







                                     

      Harrison Ford nel ruolo di Willie Bill
      Bearden 



















Michael Sarrazin nel ruolo di 
Miller Nalls












Jean-Michael Vincent nel ruolo 
di Little Bit Lucket

  

















  Don Stroud nel ruolo 
  di Todo McLean



















Michael Burns nel ruolo 
di Eubie Bell 














Paul Petersen nel ruolo
di J.C. Sutton 












                                                 


                 

domenica 9 agosto 2026

Il giorno in cui mi sono scoperta un magnate americano del 1800 (o quasi)

 

Ci sono regali che arrivano da lontano e che, senza preavviso, stravolgono la tua giornata. Qualche tempo fa, un’amica americana regalò al mio compagno un libro fotografico affascinante: Glencairn - The Story of a Home. Il volume racconta la saga della famiglia Pitcairn e la costruzione della loro leggendaria dimora in Pennsylvania, un vero e proprio castello medievale a nove piani nato dal sogno di un uomo, Raymond Pitcairn.

Mentre sfogliavo con calma le pagine, ammirando le foto d'epoca in bianco e nero e le maestose vetrate gotiche, mi sono fermata di colpo. Una pagina in particolare ha catturato la mia attenzione: un ritratto di fine Ottocento, per l'esattezza del 1889.

Dalla foto mi fissavano gli occhi di un bambino di circa quattro anni. Guardando quel viso, ho avuto un sussulto e una strana sensazione di déjà-vu. Ho chiuso il libro, sono andata a scovare i miei vecchi album di famiglia, ho preso una mia foto da piccola e le ho messe vicine.

Il risultato? Giudicate voi stessi.


                                              








La stessa frangia dritta e geometrica, lo stesso taglio ovale del viso, la medesima forma degli occhi e, soprattutto, lo stesso identico sguardo curioso rivolto verso l'obiettivo. Quel bambino dell'Ottocento, vestito con il colletto di pizzo tipico dell'era vittoriana, ero... praticamente io!

Quel bambino si chiamava Raymond Pitcairn. E visto che il destino (o il parrucchiere della mia infanzia) mi ha legata a lui in questo modo così bizzarro, non ho potuto fare a meno di appassionarmi alla sua incredibile storia. Chi erano i Pitcairn? Come hanno fatto a costruire una fortuna immensa e, soprattutto, perché un avvocato americano ha deciso di edificare un castello medievale nel bel mezzo del Novecento?

Mettetevi comodi, perché oggi vi racconto la storia di una famiglia straordinaria... e di una somiglianza che mi ha lasciato senza fiato.


Dalla Scozia all'oro del vetro: la fortuna di papà John

Per capire chi fosse quel bambino così incredibilmente simile a me, dobbiamo fare un piccolo passo indietro e incontrare suo padre, John Pitcairn Jr. Immigrato dalla Scozia negli Stati Uniti a metà dell'Ottocento, John era l'incarnazione del perfetto sogno americano. Nel 1883 co-fondò la Pittsburgh Plate Glass Company (oggi nota in tutto il mondo come PPG). In pochissimo tempo, l'azienda divenne il gigante indiscusso nella produzione di vetro industriale, accumulando un patrimonio immenso.

Ma i Pitcairn non erano i classici magnati della Gilded Age interessati solo al denaro. Erano guidati da una profonda e fervente spiritualità basata sulle visioni mistiche e teologiche del filosofo settecentesco Emanuel Swedenborg. Ed è proprio in questa atmosfera, sospesa tra l'acciaio delle industrie e il misticismo, che crebbe il nostro Raymond.

Raymond: l'avvocato con l'anima da architetto medievale

Crescendo, quel bimbo dagli occhi curiosi studiò legge e divenne un abile uomo d'affari, ma il suo cuore batteva per qualcos'altro: l'arte sacra, le sculture antiche e le vetrate colorate.

Pur non avendo mai studiato architettura, Raymond si rivelò un genio visionario. Quando la comunità religiosa fondata da suo padre decise di costruire la grandiosa Cattedrale di Bryn Athyn in Pennsylvania, fu proprio Raymond a prendere in mano la direzione dei lavori. Rifiutò i freddi e rigidi progetti su carta, preferendo lavorare "alla vecchia maniera": faceva realizzare agli artigiani modelli tridimensionali in gesso e legno e guidava gli scalpellini direttamente sul cantiere, proprio come facevano i capomastri delle grandi cattedrali gotiche europee.

Glencairn: un castello d'altri tempi nel Novecento

Raymond iniziò a viaggiare per l'Europa, acquistando una quantità impressionante di reperti medievali originali: sculture romaniche, capitelli e, soprattutto, vetrate risalenti persino al XII secolo. Ben presto, la vecchia casa di famiglia non bastò più a contenere tutti quei tesori.

Nel 1928, Raymond prese una decisione da vero sognatore: costruire un castello privato che potesse fare sia da casa per la sua famiglia (la moglie Mildred e i loro figli) sia da santuario per la sua collezione d'arte. Nacque così Glencairn, una maestosa fortezza in stile romanico di 9 piani e più di 90 stanze, costruita interamente con metodi artigianali tra il 1928 e il 1939.

Immaginate la vita quotidiana all'interno di Glencairn: un contrasto pazzesco tra l'atmosfera poetica di un castello medievale e le più moderne comodità dell'epoca, come gli impianti elettrici e di riscaldamento più all'avanguardia del periodo. Ogni sera la famiglia si riuniva per leggere le Scritture, circondata da opere d'arte che avevano visto passare i secoli.

L'eredità: da casa di famiglia a museo internazionale

Raymond Pitcairn si è spento nel 1966, lasciando dietro di sé un'opera monumentale. Alla morte di sua moglie Mildred, alla fine degli anni '70, la struttura è stata donata all'Academy of the New Church e, nel 1982, ha aperto ufficialmente le porte al pubblico come Glencairn Museum. Oggi è un polo museale di fama mondiale dedicato alla storia delle religioni e all'arte sacra. Quella collezione privata, nata dalla passione ossessiva di un uomo, è ora un tesoro accessibile a tutti.


















La copertina del libro di E.Bruce Glenn














Vedute della magione 



Raymond con la moglie Mildred nel giorno del matrimonio



















Foto di famiglia 








Raymond con il Babbo John Pitcairn 



















Io, Cecilia Ciaschi 

giovedì 6 marzo 2025

Il Negro del Narciso (Joseph Conrad) - Recensione di Cecilia Pippi Ciaschi



Trama

Il Negro del Narciso è un romanzo breve pubblicato nel 1897, ambientato a bordo della nave mercantile Narcissus durante un viaggio da Bombay a Londra. La storia segue l’equipaggio mentre affronta non solo le difficoltà del mare, ma anche le tensioni interne amplificate dalla presenza di James Wait, un marinaio negro gravemente malato. Wait, con la sua malattia misteriosa e il suo atteggiamento ambiguo tra debolezza e manipolazione, diventa il fulcro del racconto. La narrazione si sviluppa attraverso una tempesta devastante, che mette alla prova la resistenza fisica e morale dell’equipaggio, fino alla morte di Wait e al ritorno della nave in porto.

La trama è apparentemente semplice, ma Conrad la usa come veicolo per esplorare dinamiche psicologiche e sociali complesse. È un racconto di sopravvivenza, ma anche di introspezione, con un ritmo che alterna momenti di suspense a pause meditative.























Personaggi

James Wait: Il negro del titolo è un personaggio enigmatico. Malato (forse di tubercolosi), alterna momenti di vulnerabilità a un atteggiamento quasi regale che gli conferisce un potere psicologico sull’equipaggio. La sua razza, il suo isolamento e la sua malattia lo rendono un simbolo ambiguo: è vittima, ma anche manipolatore. Conrad lo usa per mettere in discussione stereotipi e ruoli sociali.

  • L’equipaggio: Un microcosmo di umanità, composto da figure come Singleton, il vecchio marinaio stoico e saggio; Donkin, il codardo e opportunista; e il narratore, un marinaio anonimo che offre uno sguardo distaccato ma coinvolto. Ogni personaggio riflette un aspetto della natura umana: solidarietà, egoismo, paura, resilienza.
  • Il Capitano Allistoun: Autoritario ma giusto, rappresenta l’ordine in un mondo caotico. La sua fermezza durante la tempesta è un contrappunto alla fragilità dell’equipaggio.
I personaggi non sono semplicemente individui, ma incarnazioni di idee e conflitti, un tratto tipico di 
Conrad.






          Stile

Conrad è un maestro della prosa densa e suggestiva, e qui il suo stile raggiunge vertici di lirismo e precisione. La narrazione è in prima persona, ma il narratore si tiene a distanza, quasi come un osservatore onnisciente, creando un effetto di intimità e alienazione allo stesso tempo. Le descrizioni del mare e della tempesta sono potenti, quasi tattili: il lettore sente il rollio della nave, il vento che ulula, l’acqua che sommerge il ponte. Frasi come “Il mare era una distesa di schiuma ribollente” o “La nave gemeva come un essere vivo” mostrano la sua capacità di antropomorfizzare la natura.

Il linguaggio è ricco di simbolismo e metafore, ma a volte può risultare ostico per la sua complessità. Conrad non si limita a raccontare: invita il lettore a decifrare significati nascosti, rendendo la lettura 
un'esperienza attiva.




                                                                                                                                                  

                 -----Temi-----

  1. Solidarietà e isolamento: L’equipaggio è unito dalla necessità di sopravvivere, ma la presenza di Wait e le meschinità di Donkin rivelano quanto sia fragile questa coesione.
  2. Morte e mortalità: La malattia di Wait e la sua inevitabile fine costringono tutti a confrontarsi con la fragilità della vita, un tema reso ancora più cupo dall’indifferenza del mare.
  3. Razza e alterità: Il titolo originale (oggi controverso) e il ruolo di Wait sollevano questioni sull’identità razziale e sul pregiudizio, anche se Conrad non offre risposte nette, lasciando spazio all’interpretazione.
  4. Natura vs. Uomo: La tempesta è un antagonista quasi mitologico, un simbolo dell’indifferenza dell’universo rispetto alle lotte umane.
Questi temi sono intrecciati con una profondità filosofica che invita a riflessioni esistenziali.




























Contesto storico

Scritto alla fine del XIX secolo, il romanzo riflette l’epoca dell’imperialismo britannico e della marineria a vela, un mondo che Conrad conosceva bene per la sua esperienza personale come marinaio. La nave diventa una metafora della società coloniale, con le sue gerarchie, i suoi conflitti e il suo sfruttamento. Il titolo originale, con il termine razziale oggi considerato offensivo, (?) era accettabile nell’inglese dell’epoca, ma già allora il testo giocava con la tensione tra inclusione ed esclusione.

Il libro segna anche una transizione nella carriera di Conrad: è uno dei suoi primi lavori marittimi, che anticipano capolavori come Cuore di tenebra. Pubblicato inizialmente a puntate, fu accolto con entusiasmo dalla critica per la sua originalità.









                                                               ---Impatto complessivo----

Il Negro del Narciso non è una lettura facile o leggera. È un’opera che richiede attenzione e pazienza, ma ripaga con la sua intensità emotiva e intellettuale. Non ha l’immediatezza drammatica di altri romanzi di Conrad, ma la sua forza sta nella capacità di trasformare un viaggio in mare in un’allegoria universale sulla condizione umana. È meno celebre di Lord Jim o Cuore di tenebra, ma per molti critici rappresenta il vertice della sua capacità descrittiva e simbolica.

Personalmente, lo trovo affascinante per il modo in cui Conrad bilancia il realismo crudo della vita marinaresca con una dimensione quasi mitica. Tuttavia, il linguaggio arcaico e l’ambiguità morale potrebbero scoraggiare chi cerca una narrazione più lineare o risolutiva.










                                                               ------Conclusione------

Il Negro del Narciso è un gioiello della letteratura modernista, un racconto che mescola avventura, psicologia e poesia. Se si  ama Conrad o ci piacciono le storie che esplorano l’animo umano in situazioni estreme, questo libro è imperdibile. Consiglio a tutti di leggerlo con calma, magari con una tazza di tè o un bicchiere di vino, per apprezzarne ogni sfumatura.




















Sandrino e il canto celestiale di Robert Plant (Andrea De Marchi) - Recensione di Cecilia Pippi Ciaschi

 

Uno dei libri più inutili che sia mai stato scritto!

Il capriccio editoriale di un radical-chic sinistrese pieno di soldi….giusto per dire: ho scritto un “libro”,

quindi sono anche scrittore!

 

Il tentativo di usare un linguaggio quotidiano-familiare, parecchio inventato da lui e secondo lui

“più accessibile”, scade del tutto, poiché infarcito da una terminologia in uso a certi strafattoni e

fricchettoni da centro sociale, riminiscenze hippies e sessantottine, e laddove vorrebbe risultare

curioso e perfino ironico, fa ancora più prendere le distanze da certa “cultura” e certo modo di vivere..

…”la profonda esigenza di libertà” anche nello scrivere, ma per favore!!!!!

 

Le ambizioni di un giovane, che come certe “signorine” che erano in classe con me, volevano fare la

rivoluzione viaggiando (con i soldi di papà), leggendo Frigidaire e Siddharta e poi sono finite a

pubblicare su FB foto dei nipotini, con sfondo di villetta in campagna e barbecue, anche se

rigorosamente vegetariane, giusto per attenersi alla  attuale moda fondamentalista culinaria.

 

Da marcare inoltre un tratto tipico di certi “intellettuali”: l’esaltazione di sé perché fan parte

di una compagnia teatrale ( e magari si sentono anche già attori a tempo pieno) o la passione

per certa musica che ritengono più “colta” di altra….tratti che fanno fermamente credere a lui

e a tutti i personaggi di contorno, di essere una spanna avanti al resto della gente “comune”, a chi

fa l’operaio o il saldatore….